“Siamo circa 120.000 commercialisti in Italia, circa 1.000 in Irpinia. Siamo inconfutabilmente il più importante presidio e collettore tra la P.A. e il resto del Paese. Per definizione della stessa P.A. siamo i loro “intermediari” e non solo con quella parte del Paese identificata come “popolo delle partite IVA”. Quotidianamente rivolgiamo le nostre attenzioni e le nostre professionalità a disposizione dell’intero mondo economico e in tempi di emergenza, come quelli attuali, non ci sottraiamo alla nostra responsabile deontologia e ci offriamo senza riserve e più della stessa P.A., anche alle famiglie che non sanno come districarsi nel il ginepraio di norme che si susseguono. Ascoltiamo tutti e a tutti diamo delle risposte, puntuali, professionali e coscienziose”. Gianni Romeo, consigliere dell’Ordine dei Commercialisti ed Esperti Contabili di Avellino, rimarca il ruolo dei commercialisti sul campo e non risparmia una stoccata alla politica e alla pubblica amministrazione. “Eppure, ciononostante, non siamo ascoltati, ma piuttosto usati dagli organi di governo in un dissonante rapporto che difetta palesemente di reciprocità”.

Ritiene che questa idiosincrasia nel rapporto con la P.A. possa essere il frutto di una scarsa propensione all’innovazione e ad una visione più moderna della professione di commercialista?

Al contrario, noi non ci siamo mai sottratti all’innovazione e alla modernità. Piuttosto, ne siamo gli antesignani e parte integrante. In queste settimane vedo, in particolare molti settori della P.A., annaspare tra “smart working”, “video chat”, “e-learnig” ecc.. Parafrasando Eskimo (una delle più belle canzoni poetiche di Guccini) mi viene da dire: “tu giri sul web adesso come una foglia al vento, io ci giravo già vent’anni fa”. Sono trascorsi vent’anni o poco più infatti, da quando, l’allora Ministro dell’Economia e delle Finanze, annunciava orgogliosamente, nella primavera del 1998, l’introduzione del modello UNICO (nome di fantasia riconvertito dalla SO.GE.I. nel burocratese acronimo di UNIficato Compensativo). La SO.GE.I. adesso si fa vanto di accompagnare il processo di trasformazione digitale della Pubblica amministrazione, ma cosa avrebbe fatto vent’anni fa e negli anni a seguire, lei e gli altri pachidermi della P.A. con l’INPS capintesta, se i “commercialisti utili al Paese” non si fossero rimboccati le maniche e, investendo a proprie spese in risorse umane, aggiornamenti continui e tecnologia ICT non l’avessero accompagnata? Allora ero un giovane professionista che con “quattro clienti” o poco più, si era indebitato fino al collo per rispondere adeguatamente alla “chiamata tecnologica” e ricordo che mentre io, come tutti i colleghi, con i nostri piccoli pc, onorammo il ruolo che ci fu attribuito nostro malgrado dal Governo, i grandi server della SO.GE.I. crashavano un giorno sì e uno anche.

Cosa è cambiato da allora?

Tanto purtroppo. Col trascorrere degli anni, in un incomprensibile rapporto inversamente proporzionale, mentre le nostre incombenze “pubbliche” aumentavano a compenso zero, le nostre prerogative, ma soprattutto la nostra capacità di reazione alle vessazioni della P.A. e dell’A.F. in particolare, calavano vorticosamente verso una sorta di accondiscendenza passiva a cui ha certamente contribuito il periodo di commissariamento della nostra categoria che non può però supplire al difetto di rappresentanza che ci ha accompagnato almeno dal 1993, con l’introduzione dell’allora “740 lunare” e purtroppo nemmeno l’unificazione della categoria del 2005 ha fermato il trend.

Cosa intende per difetto di rappresentanza?

La rappresentanza di una categoria professionale ha delle peculiarità che, in ragione delle quali, conferiscono, in maniera pressoché esclusiva la rappresentanza ai vertici istituzionali. La cosiddetta base, un po’ per norma, un po’ per atavica poca propensione, mal si presta a manifestazioni di protesta di massa. È del tutto evidente che quindi le capacità soggettive dei rappresentanti sono fondamentali per far valere dei diritti. Purtroppo, però, rilevo che mentre siamo all’avanguardia nell’esercizio della professione, siamo arcaici e inadeguati nel modo di rappresentarla e tutelarla. Siamo in grado di persuadere i nostri clienti nella migliore scelta imprenditoriale, ma non siamo in grado di persuadere gli interlocutori istituzionali del nostro ruolo fondamentale nel panorama socio-economico del Paese e, quando sembrava che avevamo individuato un rappresentante capace di ciò, piuttosto che aiutarlo tutti insieme, abbiamo pensato, forse perché si atteggiava diversamente agli infruttuosi stereotipi, di sollevarlo dal suo ruolo con l’utilizzo di un cavillo burocratico per lasciare le sorti della categoria nelle mani di un Notaio commissario che oltre a non capire nulla della nostra categoria, non aveva alcun interesse a tutelarla.

Da quanto dice devo supporre che non ha grande stima dei vertici nazionali di categoria. Cosa ne pensa di Miani e del suo percorso verso le specializzazioni?

Sono noto per la mia schiettezza e quindi non mi sottraggo, seppure con la diplomazia che deve accompagnare un rappresentante, seppur locale, di categoria e quindi chiamo in soccorso Manzoni e i suoi promessi sposi. Desidererei che il mio presidente nazionale, un po’ come il Cardinale Borromei, avesse la capacità di convertire l’Innominato. Mi sarei accontentato anche di un Fra’ Cristoforo indomito e fiero combattente, ma il ritrovarmi un vaso di coccio proprio non mi va giù. Il percorso sulle specializzazioni è un’ottima idea gestita, secondo me, nel peggiore dei modi. Avrebbe potuto essere un viatico per l’ampliamento delle nostre prerogative e invece rischiamo seriamente di ritrovarcela come una mannaia che restringerà ulteriormente i nostri spazi di azione professionale. A cosa serve specializzarsi e continuare a prestare il fianco alle più o meno sottese richieste di chi da un lato ci pretende più specializzati e dall’altro più che trattarci da professionisti ci tratta da mestieranti?

A chi si rivolge?

Sempre a loro, ai nostri interlocutori istituzionali e soprattutto agli Organi di governo. Le faccio due esempi attualissimi. Il primo lo abbiamo vissuto drammaticamente lo scorso 1° aprile. Di fronte alla necessità di far arrivare nei tempi più brevi possibili i 600 euro annunciati il 17 marzo dal Presidente del Consiglio come una sorta di panacea immediatamente disponibile, noi commercialisti, pronti alle tastiere già a mezzanotte e un minuto, ci siamo prestati ad una veglia sicuramente poco professionalizzante, di contro, i server dell’INPS, manco a dirlo, sono crashati. Pe tutta risposta, ieri (ad un mese dall’annuncio e 15 giorni dalla presentazione ultra tempestiva che ci ha visto protagonisti, nonostante gli intoppi operativi e burocratici dell’INPS), il Ministro Gualtieri con manifesto e ingiustificato orgoglio annuncia che già un milione di autonomi hanno ricevuto l’accredito, senza una menzione al fattivo apporto dei commercialisti. Sempre il Ministro comunica quasi come una conquista che altri 3 milioni riceveranno l’accredito (se tutto andrà bene) venerdì, dimenticando di riferire che almeno un altro milione ancora non è riuscito nemmeno a presentare la domanda e non certo per loro mancata volontà. Cosa sarebbe successo a noi a parti inverse? Cosa abbiamo fatto come categoria per reagire a questo ennesimo stupro della nostra professionalità? Il secondo esempio è di queste ore e purtroppo vede protagonista la Regione Campania che pure finora, è stata quasi ineccepibile nell’affrontare queste drammatiche settimane. Fatto è che il 4 aprile u.s. il Presidente De Luca, nell’annunciare il “Piano Socio Economico della Regione Campania contro la crisi”, cita espressamente il coinvolgimento dei commercialisti e, di fatto, nei giorni successivi, i presidenti degli undici ordini territoriali della Campania vengono invitati a discutere al tavolo che dovrebbe predisporre le modalità operative di accesso ai fondi messi a disposizione. Cosa abbiamo raccolto da questo tavolo? Quello che raccoglie chi si siede dopo che altri hanno già desinato. Le briciole! E come se non bastasse ci è stato chiesto anche di rassettare, se è vero, come è vero che nella D.G.R. n. 170 del 7 aprile, al punto 6 si demanda alle Direzioni generali l’attuazione delle procedure, senza che sia riportato, come mi sarei aspettato, l’inciso: “di concerto con gli ordini dei commercialisti della Campania”. Sia chiaro, il passaggio in cavalleria della menzione all’apporto dei commercialisti ci sarebbe potuto anche stare, se poi nella successiva emanazione del bando fosse stato messo in risalto l’apporto ed il ruolo dei commercialisti, ma fatto è che oltre ad una laconica citazione di cortesia, ci siamo ritrovati assieme a tutti gli altri intermediari abilitati e di fatto obbligati a svolgere “per decreto” una mansione che, oltre ad investirci in maniera ancora più diretta nella gestione operativa (l’allegato 3 prevede la presentazione della domanda da parte dell’intermediario in luogo dell’impresa), ci vede anche investiti di una responsabilità penale di cui proprio non sentivamo il bisogno. E la cosa bella sa qual è? Che nemmeno ci conviene di sfruttare il presumibile coinvolgimento per farcene vanto perché, tra gli altri, nel modulo di domanda vi è un elemento di ambiguità, laddove sembrano essere equiparati i ricavi al volume d’affari. Errore che neanche il più sprovveduto dei commercialisti avrebbe potuto commettere, figurarsi undici presidenti di ordine.

Ma a questo punto lei come lo vede il futuro della professione di commercialista?

Beh, premetto che io sono innamorato, ancora oggi, di questa professione e si sa che l’amore è cieco. Ad ogni modo non lo vedo male perché, la storia degli ultimi trent’anni lo dimostra, siamo estremamente resilienti e performanti rispetto al mercato. Siamo ancora l’unica categoria professionale in cui sono rinvenibili in un unico soggetto conoscenze e competenze plurime ancora troppo indispensabili per le aziende che piuttosto che interfacciarsi con più professionisti preferiscono averne almeno uno stabile e continuativo di riferimento. Certo è però che queste peculiarità attengono alle caratteristiche del singolo individuo commercialista, se invece vogliamo fare il gioco di squadra per provare ad offrire un futuro stabile a quanti più colleghi possibile, rispettando il nostro mandato, dobbiamo cambiare registro e dobbiamo rispettare anzitutto noi stessi, evitando di prostituirci e immaginando nuove strategie. D’altronde, sono decenni che perseveriamo in un approccio accondiscendente nei confronti degli interlocutori istituzionali e i risultati, c’è lo dicono i fatti e ce lo ricorda dolorosamente la base. Perseverare in atteggiamenti stantii dai risultati deludenti sarebbe da stolti. Conosciamo la macchina dell’economia meglio di chiunque altro perché viviamo quotidianamente tra i suoi ingranaggi, eppure, invece di guidarla continuiamo a farci condurre da chi non la conosce come noi e ci coinvolge solo per ripararla.

L’ultima parte della sua risposta mi stimola un’ultima domanda, ma le chiedo una risposta telegrafica. Il FMI prevede per il 2020 una recessione senza precedenti nel dopoguerra, è notizia di ieri che il PIL italiano subirà un calo del 9%. Lei che consigli si sente di dare?

Non mi occupo di macroeconomia, ma so di cosa hanno bisogno adesso e di cosa avranno bisogno nell’immediato domani i miei clienti. Liquidità istantanea per far fronte alla crisi di finanza conseguente al lockdown. Parole semplici e chiare sui tempi e modalità di riapertura delle loro attività. Drastico taglio delle procedure burocratiche che incidono deleteriamente sulla gestione economico finanziaria delle loro aziende. Sostegno agli investimenti per la rimodulazione e/o riconversione delle loro attività alle nuove esigenze del mercato. In tutte queste attività da porre in essere, se fossimo capaci di farci coinvolgere attivamente dal Governo, potremmo dire e fare tanto.